Jago. The Exhibition

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La prima grande mostra presso Palazzo Bonaparte, Roma

Sofia Bucci

Jago, classe 1987 e originario di Frosinone, approda per la sua prima grande mostra a Roma presso Palazzo Bonaparte. La mostra attiva dal 12 marzo al 28 agosto 2022, a cura di Maria Teresa Benedetti, ospita ben dodici opere, dall’inizio della sua attività ad oggi. Predisposta tutta in un unico piano e divisa in stanze, la mostra si affaccia nel pieno centro di Roma, che si staglia con l’Altare della Patria dai vetri.

 

Jago, all’anagrafe Jacopo Cardillo è considerato una vera e propria rockstar dell’arte. Le sue opere scultoree sono famosissime in tutto il mondo, grazie all’uso dei social network dove documenta costantemente i processi di realizzazione tramite video.

 

È divenuto un esempio per le nuove generazioni e le sue tematiche sono attuali, con al centro prevalentemente la figura umana. Non è un lavoro, il suo, incentrato sulla bellezza e la perfezione, ma un occhio puntato sull’interiorità. Corpi senili di uomini e donne, con seni calanti e rughe, profughi, immigrati, feti escono plasmati dal marmo, materiale nobile e al tempo stesso classico, come tutto il procedimento di creazione fatto di bozzetti e di calchi in gesso. Jago parte dalla tradizione e la rende estremamente contemporanea.

Le prime opere: Sassi, Sphynx, Memoria di sé, Excalibur

Nella prima stanza della mostra si trova Sassi, una delle prime opere di Jago, scarti del processo di cavatura del marmo gettati nel fiume Serra presso le Alpi Apuane, che dimostra subito il suo interesse per gli elementi prettamente inanimati. Nell’opera giovanile La pelle dentro (2010), il lavorio incessante dell’acqua sul sasso diviene metafora dell’intervento creativo dell’uomo, rappresentato dalla mano dello scultore che penetra all’interno ed è emblematicamente assunta a strumento principe di ogni possibile realizzazione umana. Due sono le opere del 2015: Sphynx, che rappresenta il feto di un gatto e Memoria di sé con la raffigurazione di un bambino sul volto di un adulto, metafora dello scorrere del tempo. Excalibur (2016) è una rivisitazione in chiave moderna della mitologica “spada nella roccia” di Re Artù e San Galgano in cui Jago conficca un mitragliatore AK-47 in marmo nella pietra, denuncia della compravendita delle armi.

Apparato circolatorio, l’unica installazione presente in mostra tra videoarte e sculture in ceramica

Nella seconda sala vi è l’installazione Apparato circolatorio (2017), distante dalle restanti opere poiché l’unica composta da oggetti non in marmo ma in ceramica bianca. Si tratta di trenta cuori anatomici fissi su dei pilastri rossi a formare un cerchio e degli schermi che riproducono in video con un’animazione in 3d il battito cardiaco di un vero cuore. L’intera opera è la sequenza di un movimento del cuore, nel corso di un solo battito.

First baby, la scultura lanciata nello spazio e la caducità della Venere

A seguire nelle due sale adiacenti si trova First Baby un’opera di pochi centimetri, ma che evoca l’infinito. Lanciata nello spazio nel 2019 dalla missione Beyond dell’ESA e riportata sulla terra nel 2020 da Luca Parmitano, capo della missione, che ha scattato la foto che mostra l’opera all’interno della stazione spaziale, con l’orbita terrestre a farle da sfondo. In contrapposizione vi è la Venere in una stanza buia e piena di specchi. Non è la classica Venere a cui da sempre siamo abituati ma una donna anziana che, senza timore, espone la grazia di un corpo il cui incanto non sta nella perfezione delle forme bensì nella verità del racconto che propone: quest’opera ci parla di vita vissuta, di membra che decadono eppure conservano un loro splendore in virtù di ciò che sono state, di ciò che hanno attraversato. Jago, inoltre, ha giocato a nascondere una frase misteriosa tra le pieghe della pelle e ne diviene un momento interattivo con lo spettatore.

 

Le opere di Jago riproducono corpi senili, bambini, feti, migranti, nudità senza alcuna ricerca della perfezione, se non quella della realtà.

 

Da Habemus Papam ad Habemus Hominem

Nella sala accanto vi è un’altra scultura dedicata alla nudità senile: Habemus Hominem in cui è ritratto il papa emerito Benedetto XVI. L’opera Habemus Hominem, iniziata nel 2009 e completata nel 2016, rappresentava, inizialmente, un ritratto dal vero di sua Eminenza Papa Benedetto XVI, ispirata al ritratto di Papa Pio XI di Adolfo Wildt con gli occhi concavi, oggi conservato ai Musei Vaticani. Nel 2013 Papa Benedetto XVI abdicò e il giovane scultore, guardando l’opera nel suo studio, capì che doveva liberare l’uomo che si celava nel marmo in cui era scolpito il ritratto del Papa. Fu così che l’opera, intitolata Habemus Papam, divenne Habemus Hominem. Nel 2010 venne presentata al Premio delle Pontificie Accademie in Vaticano. Lo scultore non vinse, ma il Papa volle premiarlo ugualmente con la medaglia del Pontificato con la seguente menzione: Desidero, inoltre che, come segno di apprezzamento e di incoraggiamento, si offra la Medaglia del Pontificato al giovane scultore italiano Jacopo Cardillo.

La Pietà e Il figlio velato, due opere legate dalla tematica del dolore e della morte

In mostra, in due stanze separate, due delle opere più conosciute di Jago: La Pietà e Il figlio velato, all’apparenza le due opere che richiamano il mondo religioso, ma questo accade solo per nome e per citazionismo. La Pietà rievoca il celebre episodio del Nuovo Testamento, in cui la Vergine Maria piange il Cristo morto sulle sue ginocchia. Ma qui, per la prima volta non vi è una Madre, bensì un padre che disperatamente, travolto dal dolore più profondo, sorregge suo figlio esanime. Un’opera tanto potente quanto drammatica. Simbolo del dolore della perdita tramite guerre e naufragi, a cui fa un chiaro riferimento l’introduzione all’opera con una fotografia del 2012 di un padre che piange suo figlio morto ad Aleppo, in Siria.

Il figlio velato è un chiaro rimando al Cristo velato della Cappella di San Severo a Napoli. Non vi è ritratto un Cristo ma un bambino avvolto da una stoffa ricca di trame, quasi fosse un asciugamano. Jago richiama solo il nome, ma non le intenzioni: ″È una scultura che ho amato profondamente – racconta l’artista –, è un punto di riferimento assoluto. Per me era interessante poter partire da quell’immagine consolidata per portare una storia diversa. Il Cristo velato è un uomo che consapevolmente si è sacrificato per il bene della collettività. Il Figlio Velato non è un santo, non è un’immagine religiosa. È un bambino, vittima della nostra inconsapevolezza e della consapevolezza di chi compie certi gesti. È un figlio, perché è di tutti”.

 

Palazzo Bonaparte, Piazza Venezia, 5 (angolo Via del Corso) – Roma

Orari: tutti i giorni dalle 11:00 alle 21:00

 

Foto: Sofia Bucci

 

Last modified: Settembre 5, 2022